No, Marte non si sta scaldando

L'espansione di una struttura SCF nel polo sud di Marte. Foto NASA/JPL/University of Arizona
Il fatto che i poli di Marte si stiano rimpicciolendo a un ritmo relativamente elevato è il frutto di un ciclo naturale e non di un surriscaldamento globale come si pensava in precedenza: questa la conclusione a cui sono giunti gli scienziati dell'Università dell'Arizona, a Tucson.
Che i poli marziani stiano perdendo ghiaccio lo sapevamo già dal 1999, quando gli scienziati notarono per la prima volta una serie di buchi - oggi conosciuti come "strutture a formaggio svizzero", o SCF - nella cappa glaciale dell'emisfero sud del Pianeta Rosso. Continuando a monitorare queste strutture per un paio di anni marziani, gli scienziati si accorsero che si stavano ingrossando, cioè che nella cappa c'era sempre meno ghiaccio. A quel ritmo, l'intero polo sarebbe scomparso nel giro di pochi millenni.

Riscaldamento globale? Probabilmente no. Foto NASA/JPL/University of Arizona
Subito, alcuni scienziati puntarono il dito contro un possibile surriscaldamento globale, simile a quello terrestre. Queste teorie avevano goduto di una popolarità molto elevata, grazie anche all'appoggio di chi credeva che il surriscaldamento globale della Terra fosse un processo naturale, e non una conseguenza della devastante azione umana.
Molti scienziati però si mostrarono scettici a quest'interpretazione, e ora possono finalmente dire di aver avuto ragione. Una nuova analisi guidata da Shane Byrne dell'Università dell'Arizona è infatti giunta alla conclusione che la larghezza di questi buchi varia seguendo un ciclo all'incirca centennale.
La scoperta è giunta dall'analisi dei dati raccolti dalla sonda Mars Reconnaissance Orbiter nell'arco di quattro anni marziani. A partire da questa analisi, i ricercatori hanno potuto costruire un modello della formazione dei buchi.
Il modello mostra che il sottile strato di anidride carbonica ghiacciata che riveste le regioni polari di Marte non è del tutto liscio. La solidificazione di altri gas, infatti, porta alla formazione di grumi irregolari, che a loro volta danno origine a delle pendenze. Le pendenze, in quanto tali, assorbono più luce rispetto a una superficie piatta con la stessa area, e quindi tendono a riscaldarsi maggiormente. Sarebbe proprio su queste pendenze, secondo i ricercatori, che si creano i buchi osservati.
Le pareti dei buchi ricevono ancor più luce, e quindi si sciolgono più in fretta e portano i buchi ad allargarsi velocemente. Se il ciclo si chiudesse qui, il ghiaccio scomparirebbe del tutto, ma questo non è il caso: l'anidride carbonica infatti ricade sotto forma di precipitazioni nevose all'interno dei buchi, lentamente colmandoli fino all'orlo e appiattendo così la superficie. Solo a questo punto il ciclo si chiude e può ricominciare da capo.
La ricostruzione è stata presentata pochi giorni fa alla Lunar and Planetary Science Conference tenutasi nel Texas.
"Quando notammo per la prima volta l'espansione di questi buchi, subito ci fu chi dedusse che doveva essere opera di un riscaldamento climatico," ha spiegato Byrne. "In fondo, è la soluzione più comoda, ma non è quella corretta."
A seconda delle dimensioni dei buchi, il ciclo può ripeterasi con una cadenza centennale. Ecco quindi la risposta al perché non abbiamo ancora visto i buchi riempirsi e poi riformarsi: non abbiamo guardato abbastanza a lungo.
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