Quando i razzi si piegavano come lattine: incidenti spaziali

L'inizio della fine dell'Atlas Agena D.
I razzi sono senza dubbio le macchine più avanzate mai costruite dall'uomo, colossi di ingegneria in grado di sfruttare le leggi della fisica a loro vantaggio e di operare in condizioni estreme ed estremamente varie. Tuttavia, non sempre le cose vanno per il verso giusto. Quando non ci sono astronauti o altri esseri viventi in ballo, l'esplosione di un razzo può anche essere uno spettacolo suggestivo per tutti - tranne che per l'agenzia responsabile del lancio, naturalmente. In questa nuova mini-serie che lanciamo a tempo indeterminato sul nostro sito, vedremo alcuni casi, perlopiù sconosciuti al grande pubblico, in cui ciò che poteva andare storto... non è esattamente andato per il verso giusto. Tutti i casi che analizzeremo avranno come protagonisti razzi interamente robotici, cioè privi di equipaggio, in modo da permetterci di scrivere con più leggerezza.
I razzi sono, a grandi linee, massicci tubi riempiti di esplosivi con un buco a una delle due estremità. Se qualcosa va storto durante la fase di ascesa, quasi sempre il risultato è un'enorme e rovente palla di fuoco. Qualche volta, però, qualcosa va storto ancor prima che il razzo spicchi il volo. Essendo questo l'episodio inaugurale, ci sembra giusto iniziare proprio da qui.


È una splendida mattina di primavera sulla costa californiana. Il giorno è l'11 Maggio, l'anno il 1963. Alla base di lancio di Vandenberg sono in corso gli ultimi preparativi per il primo lancio di un Atlas Agena D. Nulla di eccezionale, le solite operazioni che già nel 1963 erano ormai di routine: portare il razzo in assetto verticale sulla piattaforma di lancio, collegarlo ai sistemi di terra, riempire i serbatoi eccetera.
L'Atlas era un razzo unico nel suo genere. Solitamente, nella progettazione di un razzo gli ingegneri cercano di idearlo il più leggero possibile. Il motivo è facilmente intuibile: maggiore è la massa strutturale, maggiore sarà la massa che i motori dovranno spingere in alto. Il motivo preciso è un po' più complesso, e si rifà al limite della frazione massa strutturale-massa del propellente posto dall'equazione del razzo di Ciolkovskij, ma per lo scopo di questo articolo ci basta il motivo intuibile.
L'Atlas, come abbiamo detto, era un razzo unico. Gli ingegneri lo avevano progettato per essere talmente leggero da non essere in grado di stare in piedi, in assenza di pressurizzazione. In un certo senso, era come una lattina: se ci camminiamo sopra mentre è piena, difficilmente riusciremo a piegarla; se ripetiamo l'esperimento dopo aver svuotato la lattina, saremo in grado di schiacciarla al minimo contatto. Lo stesso valeva per l'Atlas: aveva bisogno della pressione interna del carburante per essere in grado di sostenere il peso del satellite e degli stadi superiori. Altrimenti, sarebbe collassato su se stesso - che è esattamente ciò che accadde in quell'afosa mattina californiana.
Durante il riempimento dei serbatoi, nel sistema di drenaggio si formò una bolla di gas, la quale a sua volta diede origine a un effetto ram - una sorta di colpo d'ariete - che andò a ripercuotersi sulle tubature che portavano l'ossigeno liquido all'Atlas. Il guasto non sfuggì agli attenti controllori di volo, che subito ordinarono lo svuotamento dei serbatoi di ossigeno liquido nel serbatoio superiore. Ma con lo stadio Agena D montato sopra, il serbatoio ormai mezzo vuoto non fu in grado di sostenere la pressione, e collassò su se stesso, comprimendosi sotto il peso dell'Agena. Quest'ultimo perse l'equilibrio e cadde sul lato, portandosi con sé a terra l'intero razzo.
Più che un incidente, quello dell'Atlas Agena D fu un mezzo miracolo. Subito dopo il crollo del razzo, i controllori attivarono tutti i sistemi antincendio: la rampa di lancio fu subito inondata di acqua per evitare che il carburante del primo stadio, i cui serbatoi erano pieni di cherosene, non prendesse fuoco. Incredibilmente, nemmeno una goccia di cherosene si infiammò, evitando una tragedia ben maggiore.
A rendere ancor più interessante questo fallimento è il fatto che nessuno, oltre agli ufficiali sul posto quella mattina, sapeva che fosse accaduto, almeno fino al 1989. In quell'anno, l'ufficio delle pubbliche relazioni di Vandenberg rilasciò il video che vi mostriamo: fino a quel giorno, tutto ciò che si sapeva era che un razzo, non meglio identificato, era stato coinvolto in un qualche incidente in un giorno imprecisato degli anni '60. In realtà, non fu fino al 2004 che lo storico Joel Powell riuscì a identificare il fallimento mostrato nel video con quello che, secondo documenti che era riuscito a procurarsi, era accaduto l'11 Maggio 1963. Powell scoprì una lista di cinque Atlas Agena D che non avevano mai volato. Quattro di questi erano stati cancellati prima ancora di essere costruiti: il quinto, quindi, doveva essere quello ritratto nel filmato.
Ma cosa avrebbe dovuto lanciare questo razzo? Che cosa si celava all'interno delle sue carenature? Forse non lo sapremo mai, ma un indizio ce l'abbiamo: il 12 Luglio di quello stesso anno, un Atlas Agena D 201 decollò proprio da Vandenberg, portando in orbita il satellite spia KH-7 GAMBIT, il primo di una costellazione di sonde di sorveglianza militare dotate di una risoluzione di 0.6 metri, paragonabile a quella dei più avanzati satelliti in orbita oggi. Sembra quindi quantomeno plausibile ipotizzare che il razzo che esplose quella mattina fosse un veicolo sperimentale, una sorta di prototipo, da far volare in vista del primo volo completo con un satellite importantissimo.
Quando i razzi si piegavano come lattine: incidenti spaziali Quando i razzi si piegavano come lattine: incidenti spaziali Reviewed by Pietro Capuozzo on 30.3.15 Rating: 5
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