Inizia la caccia alle lune in altri sistemi solari

Ecco a voi l'ultimo prodotto sfornato dal campo della ricerca di esopianeti: le lune extrasolari, o esolune. Di esse si parla ormai da un paio d'anni, ma solo in questi giorni un team di scienziati è partito alla caccia della prima esoluna.
I risultati? Purtroppo negativi, ma così è stato anche per i primi tentativi di scoprire un pianeta extrasolare – e in due decenni ne abbiamo già scoperti novecento. Potrebbe accadere la stessa cosa con le esolune? I ricercatori sono incerti, ma non si può dire che non ci stiano provando.

Che potenziale vedono gli scienziati e gli esobiologi nelle esolune? «Le esolune potrebbero essere frequenti e abitabili dimore per forme di vita e per ora non sappiamo quasi nulla della frequenza di tali oggetti nel cosmo», ha spiegato David Kipping dell'Harvard-Smithsonian Center For Astrophysics. «Inoltre giocano un importante ruolo sull'abitabilità dei pianeti che orbitano, ad esempio si crede che la Luna stabilizzi l'inclinazione assiale della Terra e di conseguenza anche il clima».
Per coordinare lo sforzo comune di scoprire la prima esoluna, i ricercatori hanno dato vita al progetto The Hunt Of Exomoons With Kepler, ossia La Caccia di Esolune con Kepler, o HEK. Lo scopo di questo progetto, oltre ovviamente a quello di scoprire la prima esoluna, è di scoprire una o più esolune abitabili.
I ricercatori hanno già le idee chiare e hanno già selezionato un candidato. Si tratta di Kepler-22b, il primo pianeta ad essere scoperto nella fascia abitabile del proprio sistema. Con un raggio di 2,4 volte maggiore di quello terrestre, non può essere considerato una copia del nostro pianeta, ma potrebbe ospitare un satellite grande quanto la Terra.
Come scoprire, dunque, un'esoluna? I due metodi più interessanti sono quello dei transiti – largamente usato anche per rilevare gli esopianeti – e quello degli effetti dinamici – identico, ma su scala ben più piccola, a quello della velocità radiale. Il primo consiste nell'osservare l'eventuale e microscopico transito del satellite davanti alla stella madre, che precederebbe o seguirebbe di poco il transito maggiore del pianeta. Il secondo consiste nell'osservare le eventuali e minuscole variazioni nel tempismo dei transiti causati dal disturbo gravitazionale del satellite nei confronti del pianeta.
Il team ha simulato la curva di luce della prima fase del transito di Kepler-22b, inserendoci poi un'ipotetica luna grande quanto la Terra per analizzare gli effetti. Questi effetti sono risultati essere molto più vasti del previsto, e difficilmente sarebbero passati inosservati se il grafico fosse stato autentico.
Il team ha poi inserito i rumori di disturbo causati dal telescopio stesso e da altri fattori, ma i disturbi causati dall'esoluna erano ancora ben visibili.
Secondo il pubblicato stampa, la scoperta è di grado sigma 8,3, il parametro statistico che viene impiegato per verificare se i dati possono essere spiegati alla luce di errori casuali o meno. Il valore minimo per dichiarare valida una scoperta in questo campo è 5 sigma.
Dato che si tratta di dati simulati, è chiaro che Kepler-22b non presenta alcuna esoluna con una massa maggiore di 0,54 volte quella terrestre. Ciò significa che potrebbero esserci una o più lune meno massicce e perciò non rilevabili con i metodi e le tecnologie attuali.
«Non abbiamo idea di quale sia la frequenza con cui la natura produce lune in altri sistemi solari», ha concluso Kipping, «ma non c'è niente di più affascinante di lavorare a un progetto dove la risposta è veramente sconosciuta».
La risposta sarà sì sconosciuta, ma il fatto che il nostro sistema solare – che sembrava molto popolato fino a pochi anni fa ma che ora è quasi un sistema tra molti altri – abbia almeno 168 lune è un chiaro indicatore che potrebbe non mancare molto alla scoperta della prima esoluna.

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