Alla ricerca della vita


Forse è la paura di essere soli. O la voglia di incontrare altri esseri diversi da noi. O, al contrario, è la tentazione di poter dire che, in fondo, siamo veramente unici in tutto il cosmo. Certo è che la ricerca della vita nell'universo è argomento di forti discussioni, ma le ricerche assolutamente scientifiche che esplorano l'Universo in cerca di altre forme di vita sono assai poche. Il primo a proporre una ricerca simile potrebbe essere stato il poeta e filosofo latinoLucrezio, il quale, nel I° secolo a.C., scriveva nel suo De Rerum Natura: "è necessario che tu ammetta che in altre parti dello spazio esistono altre terre e diverse razze di uomini e specie di fiere".
Un altro ad azzardare una risposta ragionata alla domanda "Siamo soli nell'Universo" fu il cinquecentesco frate domenicano Giordano Bruno, il quale, affermando che la Terra non è l'unico mondo del creato, ma ne esistono infiniti altri, fu presto condannato dall'Inquisizione al rogo per eresia.

Nonostante questo avvenimento, la curiosità del genere umano non smise di guardare al cielo stellato, e chiunque puntasse un pur rudimentale telescopio verso altri corpi celesti vi vedeva segni di presenza di vita. Nella loro immensa fantasia, i primi osservatori della Luna o, ancora meglio, di Marte, li videro popolati di tribù selvagge piuttosto che popoli civilissimi, in grado di costruire immense e fiorenti città con colossali e imponenti opere.
In ultima analisi, John Robert Brucato, astronomo dell'Osservatorio astrofisico di Arcetri, può rivelarci che <>. Oggi sappiamo che si trattavano di semplici illusioni ottiche. Come questi "canali", anche molte altre presunte civiltà extraterrestri, poste sotto le freddi lenti della scienza moderna, svanirono. I miti che da sempre avevano accompagnato l'uomo crollarono. La disillusione portò, dopo il passare di qualche anno, a cambiare oggetto di studio. I canali e i grattacieli marziani furono abbandonati. Oggi si cerca di tracce di vita minuscole e nascoste.
FIN DAGLI ANNI CINQUANTA, la ricerca ha rivolto le proprie attenzioni in due direzioni diverse: da una parte la struttura vera e propria della vita, dall'altra i possibili "domicili" di esseri viventi. Nel primo caso, si dovettero reclutare biologi e biochimici, nel secondo, al contrario, astronomi, astrofisici e planetologi. Dall'unione di queste esperienze nacque una scienza tra le più "giovani": l'esobiologia, conosciuta più frequentemente come astrobiologia. Il suo compito è quello di capire le origini, l'evoluzione e la distribuzione della vita nell'Universo.
Gli esobiologi iniziarono a porsi domande alquanto ambigue per l'epoca, sebbene tutt'oggi non esiste una risposta accurata. Domande simili a che cos'è la vita? Siamo proprio sicuri che quella sulla Terra sia l'unico esempio possibile? In quali condizioni possono prosperare esseri definibili come viventi? Come si è potuto intuire, quello degli esobiologi era un compito tutt'altro che facile, considerato che, come alcuni fanno rilevare, l'oggetto di studio - cioè la vita oltre la Terra - non è neanche a disposizione. "Nessuno sa quale sia la percentuale di successo nel cercare la vita nel Sistema Solare e altrove, e questo dipende dalla definizione stessa di vita, ma anche dalla filosofia personale: alcuni pensano che sarebbe come sperare in un miracolo, altri che non la troveremo mai" dice Seth Shostak, astronomo e tra i numerosi fondatori del Seti, un progetto privato che utilizza i dati raccolti da molti radiotelescopi sparsi per il globo e con lo stesso obiettivo: individuare e captare segnali di vita intelligente dallo spazio. Per ora è necessario porre le basi alla ricerca nell'unico luogo, finora, in cui la vita può essere studiata: la Terra. Dobbiamo iniziare le ricerche qui, e trarne principi generali che possano presumibilmente valere anche su altri mondi. Pur con qualche cautela, quindi, i biochimici hanno limitato e ristretto il loro campo di ricerca a molecole composte essenzialmente da cinque atomi: il carbonio, l'idrogeno, l'ossigeno, l'azoto e il fosforo. Dai loro simboli chimici deriva l'acronimo CHONP, per cui alla base della vita ci sarebbero le cosiddette molecole CHONP. Ma non tutti gli assemblaggi di queste molecole possono alimentare la vita e dare origine a esseri viventi: perché siano considerabili tali, devono essere almeno in grado di riprodursi e, cosa spesso sottovalutata ma assai più importante, di evolversi. Di fare, cioè, tutte quello che fanno gli esseri viventi che popolano il nostro pianeta.

Per capire come ciò possa avvenire, l'esobiologia si è intrecciata sempre di più con lo studio della vita sul nostro pianeta. Ma è inutile studiare uomini o elefanti, felci o sequoie, sono troppo particolari, troppo "terrestri". Gli studiosi partono dal presupposto che gli altri pianeti siano con più probabilità abitati da forme di vita più semplici e molto resistenti alle condizioni estreme: ambienti caldissimi o, al contrario, freddissimi, molto acidi oppure basici, magari senza luce, non diversi da quelli che si possono trovare su Marte o su alcune lune di Giove e Saturno. Ma anche sulla Terra ne esistono in quantità molto superiore a quella che ci poniamo nel nostro immaginario: come le sorgenti termali del parco di Yellowstone, luoghi caldissimi in cui, nell'acqua vicino al punto di ebollizione, vivono colonie di archea, esseri simili a batteri ma biochimicamente completamente diversi; o come i camini idrotermali nelle profondità oceaniche: qui, nel buio più assoluto, attorno a colonne costituite da minerali e dalle quali fuoriescono sbuffi di acqua bollente, vivono vermi e granchi ciechi, pesci incolori e piccoli molluschi. Essi si nutrono di batteri, i quali, a loro volta, prosperano a spese dei minerali emessi dal fondo degli oceani. Un altro ambiente decisamente estremo sono le profondità della Terra: in un miniera d'oro molto rinomata del Sudafrica (nella quale, purtroppo bisogna dirlo, muoiono 600 operai all'anno) è stato trovato, a circa tre chilometri nel sottosuolo, un intero ecosistema costituito da un'unica specie, il batterio Desulforudis Audaxviator. Nelle acque delle grotte di Lechuguilla, in Messico, sono stati scoperti dei batteri che sopravvivono in una condizione di acidità con un pH quasi pari allo 0, una situazione ritenuta, fino a poco tempo fa, impossibile. L'ambiente più strano è stato però trovato nelle profondità del Golfo del Messico: attorno ad enormi dune, o colline, di metano congelato, sono stati rinvenuti dei microscopici vermi della specie Hesiocaeca Methanicola, i quali si nutrono di batteri, che a loro volta metabolizzano il metano.

GLI ESOBIOLOGI HANNO STUDIATO TUTTI QUESTI AMBIENTI PER GIUNGERE A UNO SCOPO PRECISO: cercare di allargare la definizione di "ecosistema vitale" per inserirvi alcuni remoti angoli del Sistema Solare. Ecco quindi che le collinette di metano congelato potrebbero essere simili ai ciclopici mari di metano liquido di Titano, satellite orbitante Saturno. I batteri delle grotte di Lechuguilla si troverebbero a loro agio anche nelle nuvole dell'atmosfera di Venere, famose per la loro elevatissima acidità. E tutti i corpi celesti presi adesso in considerazione sono, bene o male, costituiti da rocce, dove i batteri delle miniere sudafricane potrebbe tranquillamente allignare.
Stabilito dunque che la vita come la conosciamo non è limitata ad ambienti neutri come quello in cui viviamo, l'astrobiologia ha iniziato a speculare su dove potremmo trovare esseri viventi oltre il nostro mondo apparentemente perfetto. Secondo gli astrobiologi, esistono almeno altri cinque corpi nel nostro sistema che contengono acqua allo stato liquido. Essi sono Marte, Europa, Ganimede, Callisto ed Encelado, senza tener conto dell'ipotetica presenza del liquido anche su Venere e dei fiumi di idrocarburi presenti su Titano. Forse la maggior parte di questi sono sterili, morti. Ma secondo altri, le ricerche troveranno qualche segno di vita su uno di questi nel lasso dei prossimi 10-20 anni.
Nei dintorni della Terra, il primo candidato a ospitare forme di vita è l'enigmatico pianeta rosso, Marte. Dimenticati i canali ottocenteschi scoperti da Schiapparelli, gli scienziati hanno cominciato seriamente a guardare con attenzione le sue distese polverose quanto fredde. Secondo Frances Westall, ricercatore francese del Centre National de la Recherche Scientifiquee coordinatore dell'ExoMars Microscope, sul pianeta gemello della Terra c'era, ai tempi del "brodo primordiale", un minuto oceano e, data la presenza ormai certa di carbonio, ossigeno, azoto ed energia solare, è alquanto probabile - nel caso la teoria di Westall fosse corretta - che ci fossero organismi viventi. I quali, secondo le sonde Viking 1 e 2, lanciate entrambe nel 1975, non ci sarebbero più: su una superficie gelida e secca, colpita dai letali raggi ultravioletti (nell'atmosfera terrestre filtrati dal buco dell'ozono), le due sonde non sono riuscite a trovare prove di vita. Le Viking sono però state "incriminate" di guardare Marte con strumenti sbagliati. All'inizio del 2009, infatti, un gruppo di ricercatori della Nasa ha accertato, nell'emisfero settentrionale, la presenza del metano. Perciò, sarebbe sbagliato escludere fin dall'inizio che il composto sia stato prodotto da organismi viventi.
Altri corpi, più lontani dal Sole, sembrano tuttavia più promettenti del pianeta rosso: un esempio fra tutti, Encelado, un satellite di Saturno, il quale è stato ripreso mentre emetteva sbuffi di acqua alti chilometri (vedi immagine a destra). Analizzando i dati della sonda Cassini, entrata nell'orbita del pianeta nel 2004, gli studiosi 

hanno scoperto, in date recentissime, la presenza di sale nell'acqua
"sbuffata".Non era, quindi, la semplice attività di un gigantesco 
geyser, ma la prova di un'enorme riserva d'acqua sotto la 
superficie del satellite.
E dove c'è acqua, suggeriscono i biologi, c'è vita.
Per non accennare Titano, la cui superficie presenta  
numerosi laghi, come certificano le immagini della solita  
sonda Cassini (vedi immagine a sinistra).

Europa, la più nota tra le lune di Giove, nasconde, quasi sicuramente, un oceano di acqua sotto la sua superficie ghiacciata. L'enorme attrazione gravitazionale del pianeta, poi, contribuisce a smuovere in continuazione il satellite e quindi la massa d'acqua, tenendo in sospensione i minerali organici. Tutte condizioni ideali perché nascano e si mantengano forme di vita, anche se molto semplici.
I batteri della Terra sono sopravvissuti sulla Luna.E abbiamo anche le prove. Una centinaia distreptococchi sono stati trasportati sulla Luna dalla sonda Survejor, che è stata portata a Terra dagli astronauti dell'Apollo 12. Questi batteri si sono anche accoppiati, una volta giunti sulla Terra.

C'è PERò CHI, PUR SENZA PROVE CERTE, Dà PER SCONTATO CHE NELL'UNIVERSO la vita sia un fenomeno molto più diffuso. Per questo la ricerca si è rivolta oltre i confini del Sistema Solare. Anche restando all'interno della nostra galassia, la Via Lattea, il 30-40% delle sue stelle potrebbero essere dotate di un sistema planetario; per ora il conto si è fermato a 353 pianeta, attorno a 297 stelle. Nel futuro, la ricerca si rivolgerà però a corpi particolari, prima di tutto rocciosi e abbastanza distanti dalla propria stella da avere acqua liquida, ovvero all'interno della cosiddetta "zona abitabile". Ovviamente, le altre forme di vita potrebbero utilizzare un altro solvente chimico anziché l'acqua. Questa osservazione fa capire come la ricerca della vita nell'Universo dovrebbe forse allontanarsi da quella basata solo sull'acqua e il carbonio.

IL PASSO SUCCESSIVO SARà QUELLO DI VINCERE alla lotteria cosmica, e trovare la vita intelligente. Shostak fa parte del gruppo che al Seti si occupa proprio di questo: "A noi non importa molto che la vita sia basata sul carbonio o su qualunque altro elemento. Quello che facciamo è ascoltare segnali". Se molti danno per scontato che da qualche parte, lassù, la vita proliferi, quante probabilità ci sono di trovare civiltà sviluppate? Shostak è ottimista: "Ci dovrebbero essere almeno 10mila società nello spazio non lontano da noi che mandano segnali radio". Secondo alcuni calcoli, per intercettare questi segnali dovremo esaminare almeno un milione di sistemi planetari. La nuova rete di antenne del Seti, la Allen Telescope Array, sarà in grado di esaminarli tutti in venti anni.
E che cosa accadrà se, o quando, troveremo la vita o l'intelligenza nell'Universo? Shostak sostiene che una simile scoperta cambierà totalmente la visione che abbiamo di noi stessi. Ebbene, non ci resta che aspettare...

Testo adattato da "Dove sono tutti gli altri?", di Marco Ferrari

Alla ricerca della vita Alla ricerca della vita Reviewed by Pietro Capuozzo on 23.1.10 Rating: 5
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